«La Repubblica» ci informa dell'ennesima ricerca americana: «Anche a sognare si impara. Le trame piene di azioni ed emozioni non sono affare da bambini ma si costruiscono solo crescendo. Nonostante quel che si immagina osservando le smorfie o i movimenti del corpo, le notti dei piccoli sono calme e placide come specchi d'acqua senza vento. E ai genitori svegliati da pianti o resoconti di incubi i neuroscienziati spiegano che non dal sonno quelle paure scaturiscono, ma da stati incompleti di veglia in cui i piccoli si ritrovano confusi e disorientati».
Noi persone non di scienza, affezionate ai nostri pregiudizi e luoghi comuni, al solito restiamo lì per lì un po' perplessi quando ci raccontano di queste cose. Nei nostri ricordi, sogni fantasiosi e intensi ci accompagnano da sempre. Ma ora ci spiegano che «solo nel 20% dei piccoli il sonno è animato da qualche scena. Quasi mai d'azione».
E' probabile che si impari gradualmente a sognare, così come gradualmente si impara a parlare, a pensare, a fare tutto quanto. Resta un po' difficile da accettare questa presunta immobilità dei sogni bambini: «"La natura statica dei sogni prima dell'età scolare - scrivono Tononi e Nir - si accorda con la difficoltà di pensare gli oggetti durante le rotazioni o le trasformazioni in genere" e con "lo sviluppo incompleto della facoltà di immaginazione, in particolare di quella visuale e spaziale". La mancanza di un vocabolario adatto a descrivere la bizzarria dei sogni o la scarsa voglia di collaborare con quel signore col camice bianco che li ha svegliati sul più bello del riposo non bastano a spiegare, secondo i ricercatori di Madison, perché i più piccoli non abbiano quasi mai sogni da raccontare».
Sarebbe interessante sentire cosa ne pensano per esempio le maestre della scuola dell'infanzia. Magari a loro, che non portano il camice bianco, eventualmente attraverso il linguaggio del corpo o del disegno, più che con parole, i bambini avrebbero un numero maggiore di sogni da raccontare, e più movimentati.






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