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La matematica giocando

Paolo Beneventi avatar Mercoledì 30 Dicembre 2009, 18:23 in EDUCAZIONE, SCUOLA di Paolo Beneventi

campanaRiprendo dall'intervista di Linda Giannini a Anna Cerasoli, ex insegnante di matematica che, insieme al fratello Mauro, ha scritto numerosi manuali scolastici.

«Un nonno, ex insegnante, racconta al nipotino curioso e creativo come sono nati i numeri, cosa sono i frattali o i numeri binari, perché costruire una casa quadrata è più conveniente che costruirla rettangolare o perché le bottiglie dei profumi sono di solito alte e strette, quando un gioco è equo, chi era Archimede e perché è considerato il più grande matematico di tutti i tempi, come mai vestirsi e svestirsi equivale a risolvere un'equazione...»

In prima elementare in aritmetica ero il più bravo della classe (ed eravamo in 38!) o, almeno, vincevo tutte le gare! Il maestro lasciava cadere sulla cattedra manciate di Shangai e bisognava contarli al volo, e sommarli ai precedenti. Non mi batteva nessuno!

L'anno dopo eravamo in 36, ma c'era un bambino nuovo, e con lui era una bella lotta quando, ai due lati della lavagna, facevamo a gara a chi risolveva per primo le operazioni. Vincevamo un po' per uno, una spanna sopra tutti gli altri, e davvero non capisco che cosa sia successo dopo nella mia vita, se dalla quarta elementare in poi di matematica mi pare di non aver capito più niente. Alle medie andavo regolarmente a copiare le espressioni da un mio compagno (come facevo poi nei compiti in classe, va' a saperlo!) e al liceo mi capitò la fortuna di indovinare le prime due «estemporanee», convincendo la professoressa che dovevo essere una specie di genio in incognito («eppure all'inizio eri andato così bene!»). Mi ricordo però che a un certo punto mi piacevano i logaritmi, anche se l'unica lezione in cui mi sembrò finalmente di capire la matematica ce la fece un giorno il professore di filosofia.

Seymour Papert il «papà» del linguaggio LOGO, sostiene che i bambini possono imparare la matematica così come imparano a parlare. Ma già nei primi anni del Novecento il quasi sconosciuto Gino Ferretti (non c'è una voce in Wikipedia, pochissimi gli accenni, se non ai suoi libri) uno dei pionieri della «scuola attiva», insegnava la geometria attraverso la danza e il teatro.

Chissà perché tutti sono d'accordo che i bambini imparano meglio giocando, tutti meno che le tristi «riforme della scuola?

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