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La sindrome del bambino trasparente

Paolo Beneventi avatar Venerdì 28 Agosto 2009, 15:00 in EDUCAZIONE, SALUTE, SCUOLA di Paolo Beneventi

bambino trasperenteCommentando sul «Corriere» i nuovissimi programmi per la scuola media, Isabella Bossi Fedrigotti si domanda: «Stiamo chiedendo troppo ai nostri figli!?»

Sul numero attualmente on line della Ricarica, Marco Geronimi Stoll (poi parla del mio ultimo libro, ma non è per questo che lo cito!) parte da un concetto elementare: «La comunicazione è reciproca o non è».. Scrive:

«I nostri figli ricevono dosi mostruose di input, un'overdose di segnali forti, seducenti e immaginifici;  ma i loro output a chi li emettono? A chi interessano? C'è una sperequazione tremenda. Ne esce la sindrome del bambino trasparente, quello di cui importa poco, che non è visto o quasi. E' il produttore di un ricco folclore di bizze, provocazioni e egocentrismi che fanno da tentativo di rivalsa. Tentativo che fallisce quasi sempre, e quando non fallisce, è peggio».

Viene da sé il confronto con l'altra sindrome, di cui si parlava ieri, quella da «deficit di attenzione e iperattività», su cui prospera, a spese dei bambini, l'industria farmaceutica. O anche con le osservazioni di tanti descrittori della «generazione digitale », che paiono non saper distinguere, nella società dell'informazione, la sottile differenza tra partecipazione attiva e consumo .

Riferendosi alla scuola, così prosegue Marco :
«In mezzo a tanto fiume di segni, oggi si chiede alla maestra di impartire, anche lei, un ulteriore flusso di output (così è più produttiva, più aziendale, almeno secondo il modello Brunetta-Gelmini). Ma lei , poveraccia, si trova davanti ogni giorno venti o venticinque figli unici, coll'immaginario affollato dalla televisione ed i genitori che, spesso, sono ancora al livello De Filippi».

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3 commenti
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30 Ago 2009
alle 18:32

Paolo

Non è un problema di troppi stimoli. I bambini, per conto loro, dimostrano di saper reagire molto bene agli stimoli e non hanno paura, a differenza di molti educatori, di "mettere troppa carne al fuoco". Il problema è che i bambini non ci possono arrivare da soli. Se intorno vedono genitori, insegnanti, e adulti più in generale incerti e smarriti, che si perdono in mezzo bicchiere d'acqua, affidano la conoscenza alle nozioni e ai quiz, propongono tutto sommato un insieme di valori che premia l'ignoranza e l'omologazione e, soprattutto, non li ascoltano mai, beh, allora è facile che anche il loro approccio al mondo ne risenta.

Dagli insegnanti, sante persone spesso, una cosa vorrei: che imparassero di più - molti lo sanno fare, ma quasi in incognito, perché purtroppo non è questo che l'istituzione chiede loro di fare - a basarsi su quello che i bambini sono e sanno, più che sulle cose da insegnare. Mettendo insieme l'intelligenza dei bambini con le meraviglie che oggi la tecnologia offre - e che ieri non offriva - si possono ottenere risultati eccezionali, perfettamente adeguati al mondo attuale. A patto che non si insegnino il computer e la videocamera come ieri le tabelline, a patto che la comunicazione non sia unidirezionale, a patto che si capisca che il sapere di tipo trasmissivo tradizionale oggi è morto e sepolto.

Su queste cose, sulle prospettive che si aprono da una conoscenza finalmente condivisa - oggi possibile come ieri no - ho cercato di scrivere un po' meglio nel libro I bambini e l'ambiente, che parte dalla scoperta entusiasmante dei piccoli animali, "concittadini inaspettati" che vivono così vicino a noi: curiosità, entusiasmo, uso immediato della tecnologia come estensione dei sensi per esplorare e comunicare da subito il mondo che ci circonda... discorso lungo, ma anche soluzioni molto più vicine e facili, credo, anzi, lo so per esperienza diretta, di quanto di solito non si pensi...


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30 Ago 2009
alle 12:05

paopasc

Paradossalmente, a volte, il bambino riceve più segnali da un videogioco che dagli adulti. Ma la generazione come la mia (dei quarantenni) che tipo di istruzione o educazione ha avuto? E' stata una sorta di optimum dal quale ora si scende, oppure sufficiente (nè male nè bene) da cui sono scaturiti gli adulti di oggi? Che poi, molti, sono quegli adulti che devono educare.

Allora forse, se siamo educatori "così così" non è tutta colpa nostra, forse c'entrano anche i nostri, di educatori. (Nota che intendo educatori sia gli insegnanti che i genitori). Come si risolve?

Forse una volta l'universo dei segnali era più limitato e quello scolastico era comunque un ambiente  "stimolante". La butto lì come ipotesi. I piccoli dell'uomo non imparano che in minima parte dal sistema di nozioni "imposte": imparano molto più indirettamente dagli atteggiamenti, un po' come succede per il parlare e lo scrivere.

Bye

 

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29 Ago 2009
alle 08:45

Emanuela Zerbinatti

Penso spesso sai al mestiere di insegnante, soprattutto delle materne e delle elementari. Sulla carta affascinante, ma all'atto pratico un suicidio solo pensarlo. Quello che possono dare i bambini è impagabile, ma lavorare senza strumenti con da un lato uno stato che vorrebbe tu fossi l'impiegato modello e iperproduttivo da spremere al posto di altre tre persone che se ne staranno a casa disoccupate, dall'altro famiglie che sono/si sentono inadeguate e delegano tutto sulle spalle dell'insegnante salvo poi rivendicare il loro ruolo di genitori amorevoli e buonisti quando il pargoletto viene messo giustamente di fronte alle regole che non sanno dare loro.

Il fatto che poi i genitori di oggi comincino a essere gli eterni adolescenti che inseguono il flauto magico della DeFilippi verso un sogno che nella migliore delle ipotesi sarà una bellissima ma fugace bolla di sapone è un'ulteriore aggravante e le generazioni di domani saranno se possibile peggio con i vari figli dei gffini e delle gffine in giro allo stato brado. 

Aggiungiamo i problemi di una società sempre più multiculturale dove in una classe è difficile mettere insieme 10 alunni della stessa nazionalità. Aggiungiamo tutto questo alle difficoltà che gli insegnanti hanno sempre avuto cioè quelle di insegnare ma anche di comprendere che stanno interagendo con in media 25 testoline ciascuna con il suo modo di essere, di amare e soffrire.

Quello dell'insegnante è un mestiere indispensabile alla nostra società, ma ci vuole parecchio coraggio. Ce ne sarebbe voluto secoli fa, perché le difficoltà sono proprio insite nel lavoro. Ma oggi tra burocrazia, politica, difficoltà logistiche e strutturali, famiglie e una profonda disgregazione della società decidere di fare l'insegnante è da eroi.

Tanto di cappello ai maestri.

Per inciso:come tutti ho avuto maestri bravi e maestri pessimi (e non sto distinguendo tra buoni o severi), ma posso dire che i bravi maestri ti lasciano qualcosa che non scordi più e in qualche caso possono salvarti la vita, soprattutto dove la famiglia latita e tu sei una "barchetta alla deriva in mezzo al mare".

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